«La fotografia deve rendere la sostanza e la quintessenza della cosa stessa.»
(Edward Weston)
Prendi il tuo prodotto migliore. Mettilo sul tavolo vicino alla finestra, con quella luce morbida che entra la mattina. Scatta. Guarda il risultato.
Non è lui, vero?
Nella foto sembra più piccolo e più opaco. Soprattutto sembra costare meno. Il colore non è quello. C’è un riflesso sulla confezione che dal vivo non avevi notato. E il tavolo di casa, che nemmeno guardavi, è diventato il protagonista dello scatto.
Benvenuto nello still life: il genere fotografico che sembra il più facile di tutti, perché l’oggetto sta fermo, non sbatte gli occhi e non ha fretta. Ed è invece tra i più difficili in assoluto.
Cosa sono le foto still life
Le foto still life sono immagini di oggetti inanimati realizzate in condizioni controllate, quasi sempre in studio: prodotti, bottiglie, gioielli, cibo, componenti industriali. Servono a raccontare un oggetto a chi non può toccarlo: un catalogo, un e-commerce, una brochure. Il fotografo decide luce, sfondo, angolo e riflessi. Anche l’ombra sotto al prodotto è una scelta.

Una teiera di Ancap Porcellane. Il nero dietro di lei è una parete chiara dello studio, che il flash non ha colpito.
La teiera qui sopra è di Ancap Porcellane, un’azienda per cui abbiamo fotografato il catalogo. L’abbiamo rimessa sul set apposta per questo articolo: le fotografie che seguono vengono tutte da quel pomeriggio, comprese quelle venute male.
«Still life» non vuol dire «natura morta»
Le due espressioni indicano la stessa famiglia di immagini, ma la guardano da due punti di vista diversi.
L’italiano natura morta nasce dalla pittura e guarda al soggetto: frutta, selvaggina, fiori recisi. Spesso cose che erano vive e non lo sono più. L’inglese still life guarda invece allo stato dell’oggetto: still è fermo, immobile. Vita ferma, non vita finita.
Sembra una sottigliezza da vocabolario, e invece nell’uso di tutti i giorni le due parole si sono divise il lavoro: natura morta è rimasta all’esercizio artistico, still life è diventata la fotografia commerciale. Quando un’azienda ci chiede uno still life non sta chiedendo un quadro fiammingo: sta chiedendo che il suo prodotto, in una foto, faccia la stessa figura che fa in mano.
A cosa serve davvero: il negozio che non si può toccare
In un negozio vero il prodotto lo prendi in mano. Lo giri, senti il peso, ci passi il dito sopra, capisci se la plastica è buona o no. Sono tre secondi e hai deciso.
Online quei tre secondi non esistono. Restano solo le fotografie. Finché il pacco non arriva a casa, la foto non illustra il prodotto: la foto è il prodotto.
È per questo che uno still life fatto male costa più di quanto sembri risparmiare. Non è che la foto sia brutta: è che comunica una cosa precisa e sbagliata, e cioè che il prodotto vale poco. Il tuo cliente non pensa «che foto approssimativa». Pensa «mah».

A sinistra col telefono, appoggiata sul tavolo bianco. A destra sul set. La teiera è la stessa: cambia la luce, e cambia quello che le sta intorno.
Perché è più difficile di quanto sembra
Nei corsi lo diciamo spesso: il ritratto ti mette ansia perché hai una persona davanti e non puoi farla aspettare un’ora. Lo still life quell’ansia non ce l’ha, e proprio per questo ti toglie ogni alibi. L’oggetto sta lì tutto il tempo che vuoi. Se la foto non funziona, non è colpa sua.
I problemi veri, alla fine, sono quattro.
1. La luce la decidi tu
Il flash si può usare in tre modi: come fonte unica, in sinergia con la luce ambiente per schiarire quello che resterebbe scuro, oppure per costruire effetti, quelle che in studio chiamiamo lame di luce. Nello still life si sta quasi sempre nel primo caso: qui una luce bella da sfruttare non c’è, te la costruisci.
Il passaggio che in aula sorprende di più è questo: se esponi per il flash e neutralizzi la luce ambiente, dietro al prodotto puoi avere una parete bianca e nella foto viene nera, a patto che il flash non la colpisca — basta tenerla lontana e indirizzare la luce solo sull’oggetto. Niente fondale, niente Photoshop. Basta capire che il sensore registra solo la luce che gli arriva davvero, e sotto una certa soglia per lui è buio.

Stessa inquadratura, stesso set, stessa parete chiara dietro. A sinistra 0,8 secondi con la sola luce della stanza, a destra un centoventicinquesimo di secondo col flash.
Poi c’è il come. Una sorgente grande e vicina dà luce morbida, con ombre che sfumano. La stessa sorgente, allontanata, diventa piccola rispetto all’oggetto e la luce si fa dura, con ombre nette. Conta quanto è grande la luce vista dal prodotto, non quanto è grande sul cavalletto. È la differenza tra una giornata di nuvole e il sole di mezzogiorno, solo che qui il meteo lo decidi tu.

La parete dello studio è chiara e le luci sono accese. Sullo schermo della macchina, a destra, il fondo è già nero.
2. Sul lucido non illumini l’oggetto, illumini quello che c’è intorno
Questa è la frase che cambia il modo di lavorare, e vale per tutto ciò che è lucido: vetro, metallo, ceramica smaltata, plastica a specchio.
Una superficie lucida non ha un colore suo da mostrare. Restituisce quello che ha intorno. Quindi quando sposti la luce davanti a una bottiglia stai decidendo cosa le farai riflettere, molto più di quanto la stai illuminando. E dentro quel riflesso ci finisce tutto: il soffitto, la finestra, il treppiede, e volendo pure tu.
La porcellana smaltata è il caso da manuale. La teiera di queste foto, a guardarla, sembra semplicemente bianca. In realtà lo smalto è uno specchio, e su una superficie curva raccoglie mezzo studio in una volta sola: quel filo di luce che le corre lungo il manico è il softbox che si specchia, non la porcellana che «viene chiara». Spostalo di venti centimetri e il filo si sposta con lui, e la teiera sembra un altro oggetto.
Da qui nasce metà dell’attrezzatura di uno studio still life: pannelli bianchi per allungare una luce sul fianco del vetro, pannelli neri per togliere riflesso e ridisegnare un bordo, teli per nascondere ciò che non deve comparire. Si lavora per sottrazione almeno quanto per aggiunta.
Sui riflessi, e su come gestirli quando la foto la fai fuori dallo studio, abbiamo scritto un articolo intero: il filtro polarizzatore.
3. La profondità di campo, e perché f/22 non è la soluzione
Più ti avvicini al soggetto, più la zona a fuoco si assottiglia. Su un oggetto piccolo, ripreso da vicino, può ridursi a pochi millimetri: il logo è nitido e il bordo dietro è già molle.
L’istinto dice: chiudo il diaframma a f/22 e amen. Peccato che oltre un certo punto la luce che passa da un foro molto stretto venga deviata, e la foto perda nitidezza proprio mentre cerchi di guadagnarla. Il diaframma in cui succede cambia da obiettivo a obiettivo, ma il meccanismo è sempre quello, e i diaframmi intermedi restano i più nitidi. Ne abbiamo parlato per esteso qui: la diffrazione.
Le due strade serie sono altre. Il focus stacking: una serie di scatti dalla stessa identica posizione, spostando ogni volta il punto di fuoco un po’ più indietro, poi uniti in postproduzione prendendo da ognuno solo la parte nitida. Oppure l’obiettivo decentrabile, che oltre a spostare l’inquadratura permette di inclinare il piano di messa a fuoco e farlo coincidere con quello del soggetto: quando l’oggetto si sviluppa più o meno su un piano, torna tutto nitido senza chiudere il diaframma. In studio lo usiamo proprio per questo.
4. La macchina non si tocca
Cavalletto, sempre. E poi scatto remoto o autoscatto, perché anche solo il dito che preme il pulsante sposta la macchina quanto basta per rovinare il dettaglio. Con una reflex c’è pure lo specchio che si alza un istante prima dello scatto e fa vibrare tutto: se la macchina lo prevede, conviene usare l’alzata preventiva dello specchio, così le vibrazioni si esauriscono prima che l’otturatore si apra.
Detta così sembra pignoleria. Lo è, finché non guardi il file al 100% e capisci perché quella foto non ti convinceva.

Cavalletto e scatto comandato da lontano. L’inquadratura resta identica scatto dopo scatto, che è poi la condizione per poter unire più fotografie in postproduzione.
E allora, che attrezzatura serve?
Meno di quanto ti aspetti, secondo me. Un piano fermo, un fondo neutro, un cavalletto, una sorgente di luce che puoi controllare e qualcosa per modificarla, un cartoncino bianco e uno nero. Con quella roba lì fai già l’ottanta per cento del lavoro.
Il restante venti per cento è sapere dove mettere quelle cose, e quello non si compra: si sbaglia parecchie volte guardando ogni volta cosa è cambiato. È il motivo per cui uno still life può richiedere un pomeriggio per un solo oggetto, e sembrare comunque una foto semplice. Se sembra semplice, di solito, è venuta bene.
Farlo fare o impararlo?
Dipende da cosa hai davanti. Le possibilità, a essere onesti, sono due.
Se hai un catalogo da chiudere, un e-commerce da riempire o una linea nuova da presentare, ti serve che il problema sia risolto e basta: è il lavoro che facciamo tutti i giorni per le aziende, dallo still life di prodotto alle bottiglie e al beverage.
Se invece i prodotti sono tuoi, cambiano spesso e li rifotograferai per anni, a un certo punto conviene imparare a farli. Sulle bottiglie, che secondo me sono la scuola più severa che ci sia perché sono vetro e riflettono qualsiasi cosa gli metti intorno, c’è un workshop dedicato: fotografare bottiglie di vino.
In tutti e due i casi il punto non cambia: la foto del tuo prodotto è la prima cosa che qualcuno vedrà di te. Meglio che sia una buona prima impressione.
Domande frequenti sullo still life
Cosa significa «still life» in fotografia?
Letteralmente significa «vita ferma». In fotografia indica l’immagine di uno o più oggetti inanimati composti e illuminati in modo controllato, di solito in studio. È il genere usato per cataloghi, e-commerce, packaging e pubblicità: l’obiettivo è mostrare l’oggetto nel modo più fedele e più desiderabile possibile.
Che differenza c’è tra still life e natura morta?
Nascono dalla stessa idea, ma oggi si usano in contesti diversi. «Natura morta» viene dalla pittura e indica la composizione artistica: frutta, fiori, oggetti di casa. «Still life» indica la fotografia commerciale di prodotto, fatta per vendere o presentare qualcosa. Stessa tecnica di base, finalità diverse.
Che luce serve per fotografare un prodotto?
Più che potente, deve essere controllabile. In studio si usa il flash come fonte principale, con un modificatore che ne cambia la qualità: più è grande e vicino, più la luce è morbida; allontanandolo, le ombre si fanno nette. Pannelli bianchi e neri completano il lavoro gestendo i riflessi.
Si possono fare foto still life in casa, senza uno studio?
Sì, per oggetti piccoli e non troppo riflettenti si ottengono buoni risultati anche a casa: bastano una finestra come luce, un fondo neutro pulito, un cavalletto e un cartoncino bianco per schiarire le ombre. La differenza non la fa la finestra: la fa l’aver tolto di mezzo tutto il resto, a partire dal tavolo di casa. I limiti arrivano con vetro, metallo e superfici lucide, dove serve poter controllare tutto l’ambiente intorno.
Il catalogo Ancap Porcellane
Il catalogo di Ancap Porcellane l’abbiamo fotografato esattamente così. Diciassette pezzi di porcellana bianca, smalto a specchio e filetti d’oro, tutti sullo stesso fondo nero. Per ognuno la stessa domanda: cosa gli faccio riflettere.
Il lavoro per esteso è qui: fotografo di ceramiche e porcellane.
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